Come possono i difensori della libertà religiosa farsi strada tra conflitti armati, violenze transnazionali e burocrazia internazionale? Quali sono le reali preoccupazioni dell’Occidente e perché la libertà di religione, pensiero e coscienza viene spesso messa in secondo piano? E infine, quanto conta davvero l’apparato delle Nazioni Unite?

Questo documento analizza le azioni possibili per contrastare le violazioni dei diritti umani nel sistema multilaterale di oggi, spiegando le difficoltà di chi tutela la libertà religiosa. L’obiettivo è proporre soluzioni pratiche per affrontare temi complessi in un contesto globale guidato più dagli interessi economici e di sicurezza che dai principi etici.

Il limite delle sanzioni ONU

L’efficacia delle tradizionali sanzioni ONU è ormai un ricordo del passato: non riescono a fermare i regimi autoritari e mancano gli strumenti per imporne il rispetto.

Per le comunità cristiane è evidente come le sanzioni economiche generali non abbiano mai scosso i dittatori, colpendo invece la popolazione già stremata. Per questo l’Occidente è passato da sanzioni verso interi Paesi a misure mirate contro singoli individui, ad esempio inserendoli nelle liste antiterrorismo. Visto che è difficile bloccare l’economia di una nazione, si cerca di punire direttamente i singoli responsabili.

Anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rappresenta un ostacolo, poiché il diritto di veto di Paesi come Cina e Russia protegge i loro alleati. Per aggirare questi blocchi e colpire direttamente i colpevoli, sono nate iniziative come il Global Magnitsky Act.

Il Global Magnitsky Act

Strumenti come il Global Magnitsky Act (GMA) vengono applicati direttamente da un Paese contro singole persone con ottimi risultati, anche se la loro gestione non è semplice. Il GMA permette al governo americano di imporre sanzioni mirate — come il blocco dei visti e il congelamento dei beni — a individui o enti stranieri colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani o di grande corruzione.

La legge è nata negli Stati Uniti nel 2012 dopo la morte in carcere di Sergei Magnitsky, l’avvocato che aveva denunciato la corruzione del regime di Putin. Dal 2016 altri Paesi hanno adottato norme simili per punire i singoli colpevoli sequestrando i loro patrimoni e vietando l’ingresso nel Paese. Quando gli Stati Uniti sanzionano una persona — come è accaduto per Francesca Albanese dell’ONU — le conseguenze sono pesanti: impossibilità di viaggiare, di aprire conti bancari o di usare carte di credito. Un esempio concreto ha riguardato i figli del presidente del Nicaragua: il blocco dei loro beni negli USA ha spinto il regime a liberare ed espellere 222 prigionieri politici nel febbraio 2023.

Oggi Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Unione Europea hanno sanzionato oltre 300 persone in 40 Paesi. Le nazioni più piccole spesso creano alleanze temporanee per applicare queste misure. Il limite principale del GMA è che colpisce solo i funzionari statali, lasciando fuori terroristi e criminalità organizzata, soggetti a norme ordinarie. Inoltre, Washington può applicare questi blocchi senza preavviso, come sta accadendo a diversi funzionari messicani a partire dal 2025.

Le istituzioni finanziarie e la leva economica

L’unico linguaggio davvero universale per i regimi autoritari è quello dei soldi.

Per questo motivo, le istituzioni che spaventano davvero i dittatori non sono l’ONU o l’UE, ma il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale e i grandi istituti di credito privati che concedono prestiti miliardari a tassi strategici.

Un dittatore non è solo un politico diventato despota, ma chiunque disponga di più armi e denaro degli altri, compresi i gruppi jihadisti e i cartelli criminali. Non potendo chiedere prestiti ufficiali al FMI o alla Banca Mondiale, queste reti creano società private per finanziare le proprie attività criminali ed eludere i controlli.

Come attivista che cerca di formare una coalizione ad hoc di Paesi per imporre condizioni sul prossimo sussidio della Banca Mondiale, si può essere molto efficaci: l’impatto d’immagine per un regime è forte, poiché quasi tutti i leader autoritari ci tengono alla reputazione internazionale.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) offre agevolazioni fiscali e commerciali in cambio di riforme sociali e politiche. Allo stesso modo, l’Unione Europea inserisce il rispetto dei diritti umani come clausola fondamentale in ogni accordo e sfrutta strumenti come il sistema SGP+ (usato ad esempio con il Pakistan), condizionando i benefici commerciali al rispetto di 27 trattati internazionali. È un processo lento, ma garantisce una reale protezione alle minoranze minacciate. Gli attivisti devono far presente ai governi occidentali questa leva contrattuale, superando la tendenza a ragionare secondo una logica del “tutto o niente” quando basterebbe agire su settori commerciali specifici.

Un altro strumento efficace è il blocco della vendita di armi verso Paesi in guerra civile, anche se i Paesi produttori sono ancora troppo pochi rispetto al numero di regimi oppressivi.

Il ruolo dell’Unione Europea

Come organismo multilaterale, l’Unione Europea lascia ampi margini di manovra ai singoli Stati membri per stringere alleanze. Anche le sanzioni tipo GMA possono essere promosse da coalizioni temporanee di Paesi con ottimi risultati. La strategia migliore per un attivista consiste nell’individuare i primi 5 partner commerciali di un regime e fare pressione sui governi di quei Paesi affinché esigano il rispetto dei diritti umani.

Le nuove minacce alla libertà religiosa

Oggi i pericoli principali per i diritti umani arrivano da tre fronti transnazionali: le ideologie neo-marxiste, il jihadismo e la criminalità organizzata. Gli Stati continuano ad agire solo entro i propri confini, mentre queste minacce non conoscono frontiere. Pochi temi, come il cambiamento climatico, vengono trattati come problemi globali; le nazioni restano indietro perché non intervengono all’estero. In questo scenario, chi difende la libertà religiosa si trova fortemente penalizzato, soprattutto ora che l’ordine giuridico internazionale si sta indebolendo.

Di fronte a queste sfide servono strategie creative. Un punto di partenza fondamentale è la natura globale delle religioni, alcune delle quali molto ben strutturate. Uno degli obiettivi principali del dialogo interreligioso dovrebbe essere proprio la lotta comune contro questi nemici, creando gruppi di lavoro dedicati alle sfide transnazionali.

La posizione dell’Occidente

Oggi capita spesso che i Paesi occidentali giustifichino il proprio disimpegno di fronte a gravi violazioni dei diritti umani richiamando motivi di sicurezza nazionale o di approvvigionamento energetico.

Per questo gli attivisti devono monitorare costantemente le scadenze degli accordi commerciali, così da intervenire nei momenti chiave e far sentire la propria voce.

Molti governi occidentali tendono a considerare l’Articolo 18 della Dichiarazione ONU (sulla libertà di pensiero, coscienza e religione) meno urgente rispetto ad altri diritti. Eppure, al recente Vertice Internazionale sulla Libertà Religiosa a Washington (2-3 febbraio), sono emersi casi emblematici: Paesi come Vietnam e Messico hanno minacciato alcuni relatori solo per aver testimoniato la propria fede.

Esistono comunque dei punti deboli su cui fare leva per contrastare i regimi: la dipendenza dai soldi e la necessità di prestiti internazionali per mantenere il potere. Chi si batte per i diritti umani deve usare questi strumenti senza esitazione per salvare anche una sola vita innocente.

Articolo tradotto, qui il testo originale in inglese.