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Sono passati 25 anni dall’11 settembre 2001, dal momento del tragico attacco alle Torri Gemelle di New York che ha in qualche modo ridefinito la nostra percezione dello scenario internazionale. Ridefinito, perché l’attacco al cuore degli Stati Uniti non nasceva dal nulla. Il terrorismo di matrice islamista era sempre più presente, si era reso incredibilmente concreto con gli attentati alle ambasciate USA di Dar Es Salaam in Tanzania nel 1998, e stava diventando parte della geografia internazionale.

Eppure, l’11 settembre è suonato come una “wake up call”, un risveglio brusco e assurdo per un Occidente che aveva messo da parte l’idea che le religioni potessero avere un impatto reale nella società. Era un Occidente che aveva smesso di considerare la sua anima, e che poi si era trovato con l’anima ferita, attaccata, messa a rischio.

Dopo l’11 settembre, sarebbero arrivati gli attentati di Madrid nel 2004 e Londra nel 2005. E poi, dopo ancora, le Primavere Arabe, l’insorgere del sedicente Stato Islamico, e nel mezzo le guerre di reazione e le guerre preventive.

Ma quale è stata la linea diplomatica della Santa Sede? E in che modo questa linea diplomatica può avere un senso oggi?

La risposta diplomatica della Santa Sede all’11 settembre

L’ambasciatore USA presso la Santa Sede, Jim Nicholson, non aveva ancora presentato le sue credenziali quando ebbero luogo gli attacchi dell’11 settembre. Giovanni Paolo II ne fu immediatamente colpito. Già alle 17.30, inviava un telegramma all’allora presidente USA George W. Bush, con una celerità non consueta per la Santa Sede.

L’11 settembre era un martedì. Dopo essersi costantemente informato sugli sviluppi della situazione negli Stati Uniti, il 12 settembre Giovanni Paolo II, nella consueta udienza generale, chiede di non fare applausi ed esordisce: “Non posso iniziare questa Udienza senza esprimere profondo dolore per gli attacchi terroristici che nella giornata di ieri hanno insanguinato l’America, causando migliaia di vittime e numerosissimi feriti”.

Il Papa definì l’11 settembre “un giorno buio nella storia dell’umanità e un terribile affronto alla dignità dell’uomo” e si chiese: “Come possono verificarsi fenomeni di così selvaggia efferatezza?”. Ma, concluse. “la fede ci viene incontro in questi momenti in cui ogni commento appare inadeguato. La parola di Cristo è la sola che possa dare una risposta agli interrogativi che si agitano nel nostro animo. Se anche la forza delle tenebre sembra prevalere, il credente sa che il male e la morte non hanno l’ultima parola. Qui poggia la speranza cristiana; qui si alimenta, in questo momento, la nostra orante fiducia”

Il 13 settembre, Giovanni Paolo II riceve l’ambasciatore Jim Nicholson per la presentazione delle lettere credenziali. Al tempo, c’era un discorso anche quando il Papa incontrava gli ambasciatori residenti (da Papa Francesco, il Papa ha solo un incontro privato), e Giovanni Paolo II si appellò ai valori “più profondi” del suo patrimonio nazionale per affrontare le sfide del futuro, e questi valori erano, secondo il Papa polacco, “la solidarietà e la cooperazione fra i popoli; il rispetto per i diritti umani; la giustizia che è la condizione indispensabile per una libertà autentica e una pace duratura”

In un libretto che poi scrisse per la rivista 30 Giorni, l’ambasciatore Nicholson raccontò che Giovanni Paolo II aveva anche accennato al fatto che gli Stati Uniti sarebbero stati obbligati a fare dei passi per proteggere se stessi e chiese soltanto che il presidente Bush si attenesse a quel forte senso di giustizia per il quale il nostro Paese è diventato così rispettato”.

Nicholson ha ricordato poi che “sulla base del riconoscimento papale che gli attacchi dell’11 settembre avrebbero giustificato una risposta, il segretario della Santa Sede per le relazioni con gli Stati, l’arcivescovo Jean-Louis Tauran, dette pubblico appoggio alle azioni americane per snidare i colpevoli”.

Citando le parole di Tauran rilasciate in un’intervista all’agenzia di stampa cattolica Zenit il 15 ottobre 2001, Nicholson aggiunse che “tutti riconoscono che il governo degli Stati Uniti, come ogni altro governo, ha il diritto alla legittima difesa

Il tema della legittima difesa e quello dello scontro di civiltà

La Santa Sede, dunque, riconobbe subito il diritto alla legittima difesa. Ma poi gli appelli del Papa si fecero sempre più pressanti. La Santa Sede rifiutava la teoria dello scontro di civiltà.

Si può suddividere la reazione della Santa Sede in tre tipologie.

La prima è una reazione concettuale, che trova la sua concretezza nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002, intitolato “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Il messaggio ha un peso diplomatico importante: viene inviato a tutte le cancellerie del mondo, e viene consegnato dal Papa a tutti i capi di Stato che gli fanno visita durante l’anno.

Nel messaggio, Giovanni Paolo II scriveva: “Esiste perciò un diritto a difendersi dal terrorismo. E un diritto che deve, come ogni altro, rispondere a regole morali e giuridiche nella scelta sia degli obiettivi che dei mezzi. L’identificazione dei colpevoli va debitamente provata, perché la responsabilità penale è sempre personale e quindi non può essere estesa alle nazioni, alle etnie, alle religioni, alle quali appartengono i terroristi. La collaborazione internazionale nella lotta contro l’attività terroristica deve comportare anche un particolare impegno sul piano politico, diplomatico ed economico per risolvere con coraggio e determinazione le eventuali situazioni di oppressione e di emarginazione che fossero all’origine dei disegni terroristici.

La seconda è una risposta diplomatica: la Santa Sede riconosce, sì, il diritto alla legittima difesa, ma chiede di non propagare la violenza. La risposta diplomatica è delineata nel discorso di Giovanni Paolo II al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, tenuto il 10 gennaio 2002.

Disse il Papa polacco: “la legittima lotta contro il terrorismo, di cui gli odiosi attentati dell’11 settembre scorso sono l’espressione più efferata, ha ridato la parola alle armi. Di fronte alla barbara aggressione e ai massacri si pone non soltanto la questione della legittima difesa, ma anche quella dei mezzi più adatti a sradicare il terrorismo, come pure quella della ricerca delle cause che stanno all’origine di simili azioni, e quella delle misure da prendere per dare l’avvio a un processo di “guarigione”, per superare la paura ed evitare che male si aggiunga a male, violenza a violenza”.

La terza è la risposta religiosa, perché fu proprio in reazione agli attacchi che Giovanni Paolo II volle che le religioni si riunissero ad Assisi per pregare di nuovo per la pace, come già era accaduto. Questo incontro ebbe luogo il 24 gennaio 2002.

Con l’incontro di preghiera ad Assisi, Giovanni Paolo II andava ancora una a rifiutare che la religione fosse il casus belli.

Sempre parlando al corpo diplomatico il 10 gennaio 2002, Giovanni Paolo II sottolineò che

“occorre inoltre ascoltare la domanda che ci viene rivolta dal cuore stesso di questo abisso: il posto e l’uso della religione nella vita degli uomini e delle società. Desidero ribadire qui, davanti a tutta la comunità internazionale, che uccidere in nome di Dio è una bestemmia e un pervertimento della religione”.

E, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2002, Giovanni Paolo II scriveva: “È profanazione della religione proclamarsi terroristi in nome di Dio, uccidere e violentare l’uomo in nome di Dio. La violenza terrorista, infatti, è contraria alla fede in un Dio Creatore dell’uomo, un Dio che si prende cura dell’uomo e lo ama”.

L’impatto che ha avuto l’11 settembre sugli sviluppi diplomatici della Santa Sede

Il dibattito che ha seguito l’11 settembre ha ripercussioni ancora oggi. Benedetto XVI riprese il tema della crisi dell’Occidente nella famosa Lezione di Ratisbona,  profondamente incompresa, che creò molto dibattito ma diede vita anche alla lettera “Una Parola Comune Tra Noi e Voi”, con un tavolo di dialogo islamo-cristiano che ha dato i suoi frutti.

Di fronte alle invasioni dell’ISIS, Tauran, nel frattempo diventato cardinale e presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ha inviato due note nel 2014 e nel 2015, chiedendo ai partner del dialogo interreligioso di assumere una posizione e condannare chiaramente gli attacchi.

La prima nota, del 12 agosto 2014, sottolineava: “Il Pontificio consiglio, tutti coloro che sono impegnati nel dialogo interreligioso, i seguaci di tutte le religioni così come gli uomini e le donne di buona volontà, non possono che denunciare e condannare senza ambiguità queste pratiche indegne dell’uomo “Il massacro di persone per il solo motivo della loro appartenenza religiosa; la pratica esecrabile della decapitazione, della crocifissione e dell’impiccagione di cadaveri nei luoghi pubblici; la scelta imposta ai cristiani e agli yazidi tra la conversione all’islam, il pagamento di un tributo (jizya) o l’esodo; l’espulsione forzata di decine di migliaia di persone, tra le quali bambini, anziani, donne incinta e malati; il rapimento di ragazze e donne appartenenti alla comunità yazida e cristiana come bottino di guerra (sabaya); l’imposizione della pratica barbara dell’infibulazione; la distruzione dei luoghi di culto e dei mausolei cristiani e musulmani; l’occupazione forzata o la profanazione delle chiese e dei monasteri; il ritiro dei crocifissi e di altri simboli religiosi cristiani così come quelli di altre comunità religiose; la distruzione del patrimonio religioso-culturale cristiano di un valore inestimabile; la violenza abietta con lo scopo di terrorizzare le persone per obbligarle a arrendersi o fuggire. Nessuna causa potrebbe giustificare una tale barbarie e certamente non una religione”.

La seconda nota, datata 22 aprile 2015, apriva alla grande domanda:” C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?’ La risposta è: si, più che mai. Prima di tutto perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto.” La nota sottolineava anche che “uccidere, invocando una religione, non è soltanto offendere Dio ma è anche una sconfitta dell’umanità.”

Papa Francesco ha più volte denunciato la profanazione del nome di Dio, e questa condanna si concretizza anche in quella che forse è la più grande iniziativa diplomatica di dialogo del suo pontificato,  il “Documento per la Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune”, firmato ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, il 4 febbraio 2019, insieme al Grande Imam di Al Azhar.

La questione della guerra giusta e della legittima difesa, poi, è parte del dibattito odierno della Santa Sede a tutti i livelli. Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli Tutti, nega la possibilità di una guerra giusta di fronte alle nuove modalità belliche, mentre Leone XIV ha invitato a rivedere le caratteristiche della guerra giusta. Di fatto, il dibattito è vivo dai tempi di Giovanni XXIII, che nella Pacem in Terris obiettò che, di fronte ai nuovi mezzi di distruzione di massa, come il nucleare, sarebbe stato difficile parlare di reazione proporzionata e dunque di guerra giusta, quando il prezzo potesse essere la distruzione stessa dell’umanità.

Venticinque anni dopo, il dibattito sviluppatosi a seguito dell’11 settembre è ancora vivo e presente. I temi non sono cambiati. L’11 settembre ha cambiato lo scenario mondiale, ha riportato il tema delle religioni al centro del discorso diplomatico, ha creato nuovi conflitti, ha esacerbato vecchi conflitti e ha anche delineato nuove possibilità di pace.

Oggi, a venticinque anni dall’attacco all’America, ci troviamo di fronte ad altri attacchi, altre situazioni molto simili, e anche alla possibilità di nuove guerre preventive. La posizione della Santa Sede è forte di una coerenza mantenuta nel corso di questi venticinque anni. Ma basterà la coerenza perché sia ascoltata dal mondo intero?