Perché “The Roman Watch”

Now More Than Ever. Ecco perché “The Roman Watch”

Quando, l’11 settembre 2001, furono attaccate le Torri Gemelle a New York, una domanda era subito circolata: Giovanni Paolo II andrà in Canada per la Giornata Mondiale della Gioventù, prevista per il 2002? Erano tempi di grande incertezza, perché l’attacco delle Torri Gemelle non era soltanto il primo attacco al cuore degli Stati Uniti. Era uno schiaffo alla civiltà occidentale, che si era crogiolata nell’idea di aver vinto la guerra contro il comunismo, tralasciando il fatto che quella guerra era stata vinta sul campo, ma anche grazie alla fede di molti. Mentre si parlava di “fine della storia” (secondo la teoria di Fukuyama) o di “scontro di civiltà” (secondo quanto diceva Samuel Huntington), ci si trovava di fronte a un sentimento religioso che esplodeva senza apparente motivo.

Messe da parte dal mondo occidentale, le religioni rientravano con rabbia dal mondo del cosiddetto “Sud Globale”, chiedendo a tutti uno sforzo nuovo per comprendere il fenomeno. Le religioni sono parte della soluzione, o sono invece il problema?

Nel corso dei secoli, questo problema si è presentato ogni qual volta il mondo occidentale si è trovato a dover fare i conti con un nuovo ordine mondiale. In fondo, gli scismi religiosi non sono stati altro che momenti di maturazione politica, in cui la politica, e non la fede, hanno avuto un fattore decisivo. So che l’affermazione è apodittica e ha bisogno di una migliore argomentazione. Ma ci torneremo, su queste pagine.

Oggi, si vive un ulteriore cambiamento di epoca. Se prima era il crollo dell’ordine internazionale a creare nuovi equilibri, negli ultimi anni le spaccature non sono state solo geopolitiche, ma soprattutto culturali. Se la scrittura a caratteri mobili di Gutenberg aveva aperto la cristianità ad una molteplicità di narrazioni, le sfide dell’intelligenza artificiale aprono le porte ad un individualismo esasperato. L’uomo è solo. L’uomo guarderà probabilmente di nuovo alla fede.

La Chiesa, in questi stravolgimenti della storia, c’è sempre stata. Ha sviluppato una sua diplomazia e un suo pensiero, che è sfociato in quella che viene chiamata la Dottrina Sociale della Chiesa. Ha temi saldi e, soprattutto, una comprensione dell’umano che è l’antidoto naturale per superare la frammentazione. La Chiesa cattolica ha sempre avuto da dire qualcosa, e la ha ancora.

La Chiesa spesso è inascoltata. Gli appelli per il disarmo cadono nel vuoto. Le offerte di mediazione non vengono accolte, nonostante la Santa Sede abbia una lunga storia di mediazione diplomatica. Eppure la Santa Sede continua la sua missione, e Leone XIV, in questo “cambiamento di epoca”, predica una pace disarmata e disarmante.

La comprensione religiosa dell’attività internazionale della Chiesa cattolica è la chiave anche per comprendere il movimento delle altre religioni. È uno sguardo anche alle narrazioni del Sud globale, scioccato in qualche modo dall’ordine mondiale senza Dio che si è costruito nel corso degli anni. Tra l’azione e la reazione, la Santa Sede preferisce la comprensione, ma ciò presuppone anche la capacità di vedere le trame, i percorsi e le idee di fondo.

Nasce da queste considerazioni l’idea di The Roman Watch. Mentre sono moltissimi gli autori che si occupano religioni e diplomazia e religioni e relazioni internazionali, non c’è un think tank che dia una prospettiva pienamente cattolica alla lettura delle relazioni internazionali. Questo è l’obiettivo di questo “osservatorio”, che si propone, prima di tutto, di essere un luogo di dialogo e confronto, dove tutti i temi possano essere affrontati e studiati.

C’è la volontà di definire un nuovo pensiero, magari anche un modo diverso di applicare la Dottrina Sociale della Chiesa, come ha chiesto il Cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano, alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, la “scuola degli ambasciatori del Papa”, in un convegno per i 325 anni dalla sua fondazione.

C’è, la volontà, di creare un luogo di confronto dove i temi della diplomazia religiosa non siano assorbiti, e dove la diplomazia pontificia venga analizzata, studiata e compresa.

Ai dubbi che fecero seguito all’11 settembre, Joaquín Navarro Valls, storico direttore della Sala Stampa della Santa Sede, rispose semplicemente: “Now more than ever”. È quello che si può rispondere oggi quando ci chiedono se c’è bisogno di raccontare le religioni e le relazioni internazionali, e come queste sono connesse: “Now more than ever”.