Il no all’antisemitismo, all’islamofobia, a qualunque discriminazione religiosa. La possibilità di creare un cammino comune, mantenendo le reciproche differenze e – perché no? – mettendo in luce quando c’è una disparità di trattamento. Una visione del mondo che non guardi a una sola religione o a una fraternità universale di religioni, ma piuttosto alla possibilità che le religioni lavorino insieme. La nota “Un Cammino di speranza”, firmata dai Dicasteri vaticani per la Dottrina della Fede, per l’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso, fa il punto sull’impegno costante della Chiesa in questi ambiti, a partire dal Concilio Vaticano II. Ma, allo stesso tempo, mette in luce, in modo indiretto, come il dialogo possa essere uno strumento diplomatico.

Per essere chiari, il documento non è un documento di relazioni internazionali, non affronta il tema delle relazioni internazionali e non intende essere una risposta ai problemi internazionali del nostro tempo. Tuttavia, il documento non può ignorare le tensioni che ci sono, e il ruolo che le religioni giocano nello scenario mondiale. E, tra l’altro, si fonda su basi piuttosto solide.

Religioni e dialogo

Ad esempio, la Santa Sede e l’Arabia Saudita non hanno relazioni diplomatiche. Ma quando, nel 2012, l’Arabia Saudita ha istituito il KAICIID, il suo centro internazionale per lo studio del dialogo interreligioso, la Santa Sede non ha esitato a partecipare come Paese osservatore, nominando nel board un delegato del Dicastero per il Dialogo Interreligioso.

Lo stesso dicastero, al tempo Pontificio Consiglio, non esitò nel 2014 e nel 2015 a diramare due note in risposta alla situazione che si era creata nel Golfo, e in particolare di fronte all’insorgere dell’ISIS. Due note in cui si chiedeva, prima di tutto, ai partner del dialogo di condannare le violenze del sedicente Stato islamico, e poi si sottolineava comunque che un dialogo interreligioso era necessario ora più che mai.

Non vanno dimenticati, poi, gli incontri interreligiosi di preghiera per la pace, lanciati per la prima volta ad Assisi nel 1986 da Giovanni Paolo II. Il Papa polacco tornerà ad Assisi nel 2022, mentre Benedetto XVI lo farà nel 2011, in occasione del 25esimo anniversario dal primo incontro.

In tempi più recenti, la Dichiarazione sulla Fraternità Umana, firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar ad Abu Dhabi il 3 febbraio 2019, ha rappresentato un punto di riferimento preciso per la prosecuzione del dialogo. Durante il viaggio in Iraq del 2021, Papa Francesco guardò anche all’Islam sciita, in un incontro importante con il Grande Ayatollah al Sistani che aprì alla possibilità di una Giornata della Coesistenza in Iraq, e un percorso simile a quello che aveva portato alla Dichiarazione sulla Fraternità Umana.

Ma andrebbero citate molte altre situazioni, che non riguardano solo il dialogo con l’Islam. Ad esempio, la prudenza e l’equidistanza con cui la Santa Sede ha guardato al cosiddetto “scisma ortodosso”, ovvero alla richiesta di autocefalia della Chiesa Ortodossa Ucraina, completamente rigettata dal Patriarcato di Mosca. Mosca, in effetti, ha abbandonato tutti i tavoli di dialogo copresieduti dal Patriarca di Costantinopoli, che aveva concesso l’indipendenza, ma non ha mai “staccato” i rapporti con Roma; infatti, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, non ha mancato di fare visita alla sede del Patriarcato nel suo recente viaggio a Mosca.

E ancora, i rapporti con il mondo ebraico, che sono rimasti forti anche quando ci sono state profonde divergenze sulla situazione in Medio Oriente. Perché lì dove la diplomazia ha difficoltà, resta un dialogo forte, che passa anche per il riconoscimento dello Stato di Israele, conditio sine qua non della diplomazia vaticana, e tema sempre presente anche quando la Santa Sede non ha mancato di condannare la situazione di Gaza.

Laddove la diplomazia fatica, il dialogo interreligioso crea dunque una base, una possibilità di confronto, persino una via alla pace. C’è una ragionevolezza della fede che resta presente, e un’irragionevolezza di pensare alle relazioni internazionali senza considerare le religioni sul campo, come tra l’altro notava anche Benedetto XVI nella contestatissima lezione di Ratisbona del 2006.

Quella lezione – come ha notato giustamente Il Foglio – è citata nel documento rilasciato il 16 settembre, a sottolineare che anche la stagione delle polemiche è superata e che oggi è possibile guardare al passato con maggiore serenità.

I temi del documento “Un cammino di speranza”

Ma da dove nasce il documento? Si tratta di un documento che ha luce nell’ambito dei festeggiamenti per il 60° anniversario della Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate. Nata come un documento che voleva definire e rivalutare i rapporti tra cristianesimo ed ebraismo, la Nostra Aetate è diventata, in realtà, la pietra angolare su cui si è costruito il dialogo interreligioso negli ultimi sessanta anni. Il documento guardava, infatti, ai rapporti con tutte le altre fedi abramitiche.

Il documento “Un cammino di speranza” mette in luce chiaramente che per i cristiani non esistono “due vie di salvezza”, perché Cristo è l’unico redentore, ma resta una alleanza irrevocabile con il popolo ebraico, una solidarietà che include anche la lotta all’antisemitismo.

Si legge nel documento che “i conflitti che negli ultimi anni sono divampati in Medio Oriente hanno lasciato il loro segno anche sul dialogo ebraico-cristiano. Molti ponti di comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova per la differente lettura degli eventi succedutisi, spesso non univoca anche all’interno delle rispettive comunità religiose. Tuttavia i pilastri del dialogo credente, edificati in sessant’anni di lavoro comune, sono rimasti saldi. Su di essi è possibile e necessario costruire, traendo ancora ispirazione dalle raccomandazioni dei Padri conciliari a crescere nella mutua conoscenza e stima «soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo”.

Il documento sottolinea anche che “in alcune regioni, le relazioni tra credenti di religioni diverse sono storicamente conflittuali, e il ricordo delle ferite antiche rende difficile la fiducia reciproca, nonostante l’esortazione della Dichiarazione Nostra Aetate “a dimenticare il passato e a sforzarsi sinceramente per la comprensione reciproca», in particolare tra cristiani e musulmani”.

Si ricordano dunque le parole di Papa Francesco, che aveva affermato che “noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica. Prego, imploro umilmente tali Paesi affinché assicurino la libertà ai cristiani, affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei Paesi occidentali!”

Le parole di Francesco, contenute nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium del 2014, mettono in luce il principio di reciprocità, fondamentale nelle relazioni internazionali. La libertà religiosa, la tolleranza, il rispetto della fede non possono essere definizioni a senso unico, praticate solo da uno degli attori in dialogo, ma devono vivere nella reciprocità.

Al numero 52, il documento sottolinea che “il futuro del dialogo interreligioso oggi richiede una riflessione rinnovata e impegni particolarmente chiari”, poiché si pongono sfide inedite. Il documento nota che “le tensioni identitarie, le chiusure delle comunità, le ideologie fondamentalistiche, i conflitti a connotazione religiosa, la manipolazione politica del fatto religioso, ma anche l’indifferenza crescente in molti Paesi verso ogni forma di spiritualità, obbligano a rinnovare le modalità del dialogo in un mondo in rapida trasformazione”.

La soluzione, per la Santa Sede, non è quella di “fondare una grande religione mondiale in cui tutte le credenze vengano appiattite. Tale possibilità va esclusa per rispetto di sé stessi e degli altri. Si tratta, invece, di costruire una società fraterna capace di accettare le differenze”.

A questo proposito va ricordato che l’iniziativa del Parlamento delle Religioni, lanciata negli Anni Settanta, provò a vivere una nuova luce stimolata anche dall’allora presidente israeliano Shimon Peres, che presentò a Papa Francesco la possibilità che la Santa Sede vi partecipasse. Possibilità respinta, non tanto perché la Santa Sede non crede nel dialogo, quanto perché il dialogo con le religioni non può essere ridotto a una questione “quasi-politica”.

Il dialogo – sottolinea il documento – “non consiste solo nell’esporre le proprie dottrine o nel confrontare le proprie visioni del mondo”, perché “oggi, di fronte a chi fomenta divisioni e prepara conflitti, i credenti delle diverse tradizioni, e in primis i loro capi, consapevoli delle loro differenze irriducibili, sono chiamati a cercare, con lucidità e speranza, le condizioni di una convivenza pacifica”.

La Santa Sede chiede “una vera trasformazione delle mentalità: abbandonare le logiche di difesa, di ostilità o di conquista, per adottare un atteggiamento aperto, benevolo, coraggioso. I modelli monolitici e isolati, che incoraggiano una visione chiusa della realtà, risultano sempre più inadeguati e in ultima analisi fonte di violenza e di sofferenza per i più deboli”.

Ci sono due documenti di riferimento. Il primo è il documento Dialogo e Missione, che “afferma che il dialogo è una dimensione integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa, precisando tuttavia che esso non sostituisce l’annuncio esplicito di Cristo, ma lo accompagna e lo arricchisce”. Il secondo è il documento Dialogo e annuncio, che “approfondisce la riflessione sul rapporto tra dialogo interreligioso e annuncio esplicito del Vangelo. Pur ricordando chiaramente che l’annuncio di Cristo rimane il cuore della missione cristiana, sottolinea che il dialogo interreligioso non solo è compatibile con questo annuncio, ma ne costituisce una dimensione essenziale e complementare”.

L’impatto sulle relazioni internazionali

In che modo tutto questo può incidere sulle relazioni internazionali?

Prima di tutto, perché le religioni rappresentano le comunità, sono parte integrante dell’identità delle loro nazioni e, dunque, il dialogo tra le religioni crea quella possibilità di incontro che spesso la diplomazia non riesce a portare. Il dialogo tra le religioni è un dialogo che si opera alla base, prima che nei vertici. La fiducia che si crea tra persone di fedi diverse rappresenta la base per un possibile percorso di dialogo a livello diplomatico.

E questo si nota soprattutto nella pratica comune. L’invasione dell’ISIS fu drammatica proprio perché si ruppe il “patto di fiducia” della popolazione irachena, e amici fraterni denunciarono le famiglie cristiane, che furono poi costrette a fuggire. Per questo, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso chiese ai partner del dialogo di esprimere una condanna netta. Perché c’era bisogno di ricreare una credibilità, e di far partire il dialogo su basi di reciproca fiducia.

Quindi, considerare le religioni come parte della cornice permette anche di guardare in modo più profondo le situazioni locali. Le credenze religiose hanno un impatto sulla vita pubblica, sia quando è evidente – pensiamo all’uso dell’hijab in alcuni Paesi islamici – sia quando lo è di meno. Le comunità religiose sono spazi di libertà, non comunità senza legge, e luoghi in cui le persone si esprimono. Non considerarlo significa perdere di vista la popolazione. E, per quanto ogni relazione diplomatica si nutra della fiducia tra i vertici, nessuna pace o relazione può essere mantenuta se non c’è una vera relazione tra le persone, che passa anche attraverso l’identità religiosa.

Terzo, perché la via della pace passa, prima di tutto, dalla comprensione dell’altro. Le religioni portano non solo la comprensione, ma anche la possibilità di perdonare, e di superare le narrazioni e la storia avversa. Non si può cambiare la storia passata. Si può cambiare la costruzione del futuro. E le religioni sono perfettamente in grado di farlo.

In questo senso, il documento “Un cammino di speranza” si inserisce anche nel lavoro svolto dalla Santa Sede a livello internazionale. La diplomazia della Santa Sede è anche diplomazia del dialogo, e un documento del genere aiuta a definire i pilastri di questo dialogo.