Venticinque anni fa entrava in vigore il Concordato di base tra Slovacchia e Santa Sede, e per l’occasione il ministro degli Esteri slovacco Juraj Blanar ha invitato il ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati Paul Richard Gallagher. Questi ha effettuato una visita ufficiale a Bratislava dal 30 gennaio all’1 febbraio.

Perché celebrare l’anniversario di un accordo fondamentale? Perché l’accordo non è semplicemente uno strumento burocratico. L’accordo certifica un mutuo riconoscimento tra Chiesa e Stato, definisce competenze, stabilisce linee di collaborazione che servono non solo alla comunità cattolica locale, ma anche come modello per le altre confessioni religiose.


Inoltre, la disciplina dei concordati è cruciale per la Santa Sede. Quando dopo la Prima Guerra Mondiale e il collasso degli Imperi si crearono gli Stati nazionali, la politica della Santa Sede fu quella di riconoscere e stabilire accordi con loro proprio per difendere il gregge cattolico. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Santa Sede si è affrettata a fare lo stesso con gli Stati che erano nell’orbita sovietica, grazie anche all’incessante lavoro di Giovanni Paolo II, che dedicò l’ultimo decennio a visitare gli Stati del polmone Est dell’Europa.

In questo contesto, l’entrata in vigore dell’accordo con la Slovacchia ha un profondo significato. La Cecoslovacchia era uno dei luoghi più impenetrabili per l’Ostpolitik di monsignor Agostino Casaroli (poi cardinale e Segretario di Stato vaticano), e Giovanni Paolo II visitò l’allora “Repubblica Federativa Ceca e Slovacca” già nel 1990, toccando – era la prima volta di un Papa – anche Bratislava. Quando questa repubblica federativa si dissolse in due Stati distinti, la Santa Sede mantenne relazioni con entrambi. Ma, delle due, era la Slovacchia il polmone cattolico, e fu infatti la Slovacchia la prima ad avere un accordo fondamentale. Basti pensare che Santa Sede e Repubblica Ceca hanno firmato un accordo su alcune questioni giuridiche solo nel 2024.

Si spiega così il senso della visita del “ministro degli Esteri” della Santa Sede, chiamato non solo a celebrare un accordo, ma anche un’amicizia di lunga data tra Santa Sede e Slovacchia. Un’amicizia che ha portato Papa Francesco a visitare il Paese nel 2021.

Il programma della visita di Gallagher

Il programma della visita dell’arcivescovo Gallagher si è concluso con una Messa solenne nella cattedrale di San Martino a Bratislava l’1 febbraio 2026. Hanno concelebrato diversi vescovi slovacchi e l’arcivescovo Nicola Girasoli, nunzio apostolico in Slovacchia. Durante il viaggio, c’è stata anche una visita privata dell’arcivescovo Gallagher a Nitra.

Il 30 gennaio l Ministro degli Affari Esteri ed Europei della Repubblica Slovacca, Juraj Blanár, ha ricevuto l’Arcivescovo Paul Richard Gallagher in un incontro di lavoro, durante il quale entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza dell’Accordo fondamentale quale quadro stabile di dialogo, rispetto reciproco e cooperazione tra la Repubblica Slovacca e la Santa Sede. I colloqui hanno riguardato anche l’attuale situazione internazionale, compresi gli sviluppi in Ucraina, in Medio Oriente e in altre regioni in crisi, il sostegno all’integrazione europea dei Paesi dei Balcani occidentali, le questioni migratorie, la riforma delle Nazioni Unite, il ruolo dell’OSCE e la tutela della libertà religiosa.

Ai colloqui tra i due rappresentanti, così come all’evento presso la Nunziatura Apostolica, ha partecipato anche l’Ambasciatore della Repubblica Slovacca presso la Santa Sede, Juraj Priputen.

Il 30 gennaio, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato anche il presidente slovacco Peter Pellegrini.

Il colloquio si è concentrato non solo sulla valutazione dell’importanza dei 25 anni di validità dell’Accordo fondamentale per la libertà religiosa e l’istruzione ecclesiastica, ma anche sulle attuali sfide in materia di politica estera e sicurezza in Europa e nel mondo. L’incontro ha confermato che l’Accordo fondamentale fornisce un quadro stabile di relazioni e di certezza giuridica e può rappresentare un impulso all’ulteriore sviluppo della cooperazione, nello spirito del rispetto reciproco e del bene comune.

La visita ha portato importanti impulsi per l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra la Repubblica Slovacca e la Santa Sede.

Un simposio internazionale

Il 31 gennaio, l’arcivescovo Gallagher ha partecipato ad un simposio internazionale per celebrare l’entrata in vigore del Trattato Fondamentale tra Repubblica Slovacca e Santa Sede. Il simposio si è tenuto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Comenio di Bratislava, e ha riunito rappresentanti della Chiesa, dello Stato e del mondo accademico. Il simposio è stato organizzato dalla Nunziatura Apostolica, l’Istituto di Diritto Canonico e la Conferenza Episcopale Slovacca

Eduard Burda, preside della Facoltà, ha sottolineato in apertura dell’evento che la società moderna non può sopravvivere senza costruire sui valori, avvertendo al contempo che gli sforzi per cancellare le radici storiche e spirituali portano al declino sociale.

L’Arcivescovo Cyril Vasiľ SJ, vescovo eparchiale di Košice, ha ricordato che le relazioni della Slovacchia con la Santa Sede hanno plasmato il nostro spazio di civiltà fin dai tempi dei santi Cirillo e Metodio e dalle lettere di Papa Giovanni VIII, e ha sottolineato che la missione della Chiesa in queste relazioni rimane il servizio alla dignità umana e al bene comune, obiettivi comuni a ogni persona di buona volontà.


L’arcivescovo Gallagher ha descritto il Trattato Fondamentale come un quadro vivo di cooperazione.

Secondo il “ministro degli Esteri” vaticano, il Concordato di Worms del 1122 ha rappresentato il chiarimento della distinzione tra le autorità spirituale e temporale, fondata sul principio biblico di “dare a Cesare ciò che è di Cesare”. Gallagher ha sottolineato che tali accordi non sono uno strumento per preservare privilegi, ma quadri giuridici stabili che riconoscono sia l’autonomia dell’ordine civile sia la missione specifica della Chiesa.

Gallagher ha anche espresso preoccupazione per l’indebolimento del multilateralismo e per il fatto che la cultura del dialogo venga sostituita da una logica di confronto e forza, mentre la diplomazia della Santa Sede, forte di piene relazioni diplomatiche con 184 Stati, è uno strumento di unità e tutela dei valori universali. Gallagher ha sottolineato che la Santa Sede ha per obiettivo la salvezza delle anime e la promozione della convivenza pacifica tra le nazioni, nel rispetto del diritto internazionale.

Marek Eštok, Segretario di Stato del Ministero degli Affari Esteri ed Europei della Repubblica Slovacca, ha definito la Santa Sede un’importante bussola morale in tempi turbolenti, e ha rimarcato che la politica estera slovacca è in pieno accordo con la diplomazia vaticana sulle questioni della risoluzione pacifica dei conflitti e della protezione dei cristiani perseguitati. Ha definito il Trattato Fondamentale un simbolo di rispetto reciproco e di riconoscimento statale del ruolo insostituibile della Chiesa, che opera in una dimensione ecumenica a beneficio dell’intera società.

Il professor Vincenzo Buonomo, direttore scientifico della Pontificia Accademia Ecclesiastica (la scuola dei nunzi apostolici), ha analizzato il rapporto tra diritto canonico e diritto internazionale e ha sottolineato che i trattati internazionali sono considerati lex specialis nell’Ordinamento canonico, ovvero aventi forza giuridica superiore ai codici ecclesiastici interni. Buonomo ha inoltre sottolineato il contributo della Santa Sede alla codificazione internazionale, ad esempio nella definizione di norme di ius cogens.

Il professor Marek Šmid, tra gli attori coinvolti nella preparazione del trattato, ha delineato il processo storico della sua creazione e il suo ancoraggio sistemico. Ha ricordato che il trattato è stato approvato dal Consiglio Nazionale della Repubblica Slovacca nel 2000 all’unanimità, con il voto favorevole di tutti i 100 deputati presenti. Non era mai successo prima.

Šmid ha illustrato il modello di cooperazione di partenariato, in cui Stato e Chiesa sono al servizio della stessa persona: un cittadino e allo stesso tempo un credente. Ha sottolineato in particolare l’importanza dell’articolo 7 sull’obiezione di coscienza, che, a suo avviso, garantisce questo diritto a tutti senza distinzioni.

La politica di Santa Sede e i concordati

Come detto, la diplomazia dei concordati della Santa Sede ha radici antiche, ma si sviluppa in modo particolare dopo la Prima Guerra Mondiale, quando, tra l’altro, la Santa Sede era uno Stato senza territorio – lo Stato della Città del Vaticano sarà istituito solo nel 1929, dopo la Conciliazione con l’Italia.

Tra il 1917 e il 1921 si formano Finlandia, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia, Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Fallisce il tentativo di creare un’Ucraina indipendente. L’Ungheria perde gran parte del suo territorio storico, e la Bulgaria deve cedere alcune importanti regioni, a vantaggio di Romania e Grecia, che erano rimaste a fianco dell’intesa. L’Albania stabilizza i confini.

Benedetto XV decide di portare avanti una linea diplomatica che lo pone come arbitro e pacificatore tra le nazioni, guardando in maniera pragmatica alle forme degli Stati. È la linea di Leone XIII, che aveva stabilito l’indipendenza della Santa Sede da tutte le nazioni, e posto così fine all’alleanza tra trono e altare.

Benedetto XV lancia così una stagione concordataria con i nuovi Stati, mentre allo stesso tempo fonda Congregazione per la Chiesa Orientale e Pontificio Istituto Orientale, guardando con speranza alla situazione in Oriente.

Pio XI eredita questa diplomazia a due velocità, riceve una Relazione sui Vari Stati, e segue in qualche modo la linea diplomatica di Benedetto XV.

Pio XI è comunque differente da Benedetto XV, e si nota nell’enciclica Ubi Arcano del 1922. Pio XI mantiene la critica all’immoderato nazionalismo, maaggiunge la sfiducia sui sistemi democratici e alla loro fragilità. Una critica alla democrazia che si nota anche nell’approccio con i regimi totalitari: Pio XI considera sempre i partiti una forma debole per negoziare.

Era una linea pragmatica, che guardava oltre i confini europei, moltiplicava le nunziature non europee, e che condannava nazismo e comunismo, ma allo stesso tempo cercava un modus vivendi con i regimi, che più tardi il Cardinale Agostino Casaroli definì magistralmente modus non moriendi, un modo di non morire.

Questa linea viene però stravolta dall’offensiva antireligiosa comunista. Pio XI pubblica l’enciclica Divini Redemptoris nel 1937, ed è lì che si trova in nuce la politica di Pio XII per i Paesi oltre-Cortina. Dalle speranze alla disillusione: fu questo il percorso che fecero le rappresentanze pontificie.

Come si sviluppò la linea concordataria? Nel 1918, la Santa Sede riconobbe la Finlandia, mentre nella primavera di quell’anno monsignor Achille Ratti viene nominato visitatore apostolico in Polonia e in Lituania, e poi visitatore per tutti i territori che erano stati soggetti all’Impero Russo, dalla Finlandia al Mar Nero alla Siberia. Si trovò, in Polonia, ad affrontare una nazione in guerra, che identificava il cattolicesimo con la nazione e che aveva mire espansionistiche.

Il rapporto con l’episcopato polacco fu difficile, perché i vescovi cercavano di affermare il loro ruolo. E fu questo un tema che si ripeté durante la Guerra Fredda, quando i vescovi polacchi volevano mantenere il “pallino” delle trattative con il governo e rendevano a volte vita difficile a monsignor Casaroli, impegnato in una difficile mediazione. Il Concordato con la Polonia si concluse nel 1925, con il nunzio Lauri.

La Santa Sede quindi affrontò il tema delle relazioni del Regno di Serbi, Croati e Sloveni, stato a maggioranza ortodossa. La Santa Sede lo riconobbe alla fine del 1919, ed eresse una nunziatura a Belgrado nel 1920.

Anche lì, il principale compito era di stabilire un concordato, in una nazione eterogenea in cui – scrisse il nunzio Pellegrinetti –“Bisanzio e Roma si toccano ancora, ma non si confondono”. Dopo varie interruzioni nelle trattative, si arrivò alla firma di un Concordato nel 1935. Il testo era equilibrato. Lo Stato jugoslavo aveva una parola sulle nomine episcopali, la Santa Sede guadagnava in libertà di ordini religiosi e di associazioni cattoliche. Il testo fu presentato al Senato solo due anni dopo, e per varie vicissitudini, tra cui la strenua opposizione ortodossa, non fu mai ratificato.

La Cecoslovacchia si connotò subito come uno Stato laico profondamente anti-cattolico. Anche questo, un tema che si ripeté dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nato dall’unione di Slovacchia, Boemia, Moravia, Rutenia subcarpatica e parte della Slesia, la Cecoslovacchia viveva di forti tensioni etniche. La Santa Sede stabilì relazioni diplomatiche già nel 1919, con l’invio di Clemente Micara a rappresentare la Santa Sede di fronte a un governo che voleva che vescovi cecoslovacchi sostituissero i vescovi ungheresi e che le diocesi venissero ridisegnate secondo i nuovi confini nazionali, nonché che l’operato del reverendo Hlinka fosse sconfessato. Ne venne fuori una relazione di alti e bassi, con tre crisi, ma che portò comunque alla firma, nel 1927, di un modus vivendi, che confermò il diritto della Santa Sede alla nomina dei vescovi fatte salve le obiezioni politiche da parte del governo. I beni ecclesiastici furono restituiti.

La Romania si trovò un territorio ingrandito di una volta e mezzo. La Santa Sede eresse una nunziatura apostolica già nella seconda metà del 1920, con l’obiettivo primario di ricostituire una identità cattolica, prima che di occuparsi della diplomazia. Nel 1927, la Santa Sede arrivò ad un concordato che fu ratificato nel 1929, nonostante l’opposizione ortodossa. C’era sempre una clausola politica dei vescovi come fattore di impedimento, ma i vescovi dovevano ricevere il nulla osta governativo solo se stranieri.

Il Primo Dopoguerra in Ungheria portò prima la rivoluzione comunista di Bela Kun e poi la restaurazione monarchica senza monarca dell’ammiraglio Horthy, che cercò l’appoggio della Chiesa cattolica. Così, l’Ungheria restituì alla Chiesa beni ecclesiastici, scuole confessionali, sussidi statali, posizioni privilegiate per il clero, proprietà terriere. La Santa Sede vi nomina il primo nunzio nel 1920.

Tra il 1917 e il 1920, il tre Paesi Baltici raggiunsero completa indipendenza. La Lituania era in prevalenza cattolica, la Lettonia aveva un quarto dei cattolici, in Estonia c’era una minoranza dei cattolici. Monsignor Ratti fu nominato visitatore apostolico per Polonia e Lituania, che fu riconosciuta dalla Santa Sede tardivamente per via della guerra russo-polacca e le diverse occupazioni di Vilnius. Estonia e Lettonia erano state riconosciute già nel 1921.

I problemi erano simili: in Lituania ci si scontrava con il nazionalismo e per questo un concordato fu firmato solo nel 1927, ma i contrasti con la Santa Sede continuarono anche a causa della volontà di introdurre una legge sul divorzio nel 1937 e della crisi polacco lituana del 1938. In Lettonia invece la situazione era più tranquilla, tanto che un concordato fu firmato già nel maggio 1922, mentre l’Estonia ebbe presto un suo rappresentante, e nel 1933 ci fu un amministratore apostolico per l’Estonia, Eduard Profittlich, che fu poi martire.

Ma tutte queste rappresentanze erano destinate ad avere vita breve. A partire dal 1938, prima con gli accordi di Monaco, e poi con la Seconda Guerra Mondiale iniziata con l’invasione della Polonia da parte della Germania, la Santa Sede dovette comprendere come comportarsi. Pio XII decise di essere imparziale, ma la diplomazia vaticana fu complicata dal fatto che l’Unione Sovietica era entrata in guerra a fianco degli alleati occidentali.

Quando la nazione cecoslovacca venne smembrata, il nunzio a Praga, monsignor Saverio Ritter, si trasferì a Bratislava, capitale della Repubblica Slovacca indipendente, riconosciuta dalla Santa Sede, con cui venne stipulato un concordato nel 1943 e poi ridiscusso dopo la guerra. 

L’invasione nazista della Polonia nel 1939 portò il nunzio Cortesi ad abbandonare la sede, mentre la Santa Sede riconosce un incaricato d’affari presso il governo polacco in esilio per tutta la durata della guerra ed oltre. Durante la guerra, i nunzi a Bucarest e Budapest riescono a rimanere al loro posto e ad aiutare popolazione ed ebrei perseguitati.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, in tutti questi Paesi la Chiesa viene pesantemente perseguitata, soprattutto a partire del 1948, l’anno in cui i Paesi oltre-Cortina si stabilizzano. E la Santa Sede trovò alleati solo nel mondo occidentale, tanto che vengono nominati due statunitensi come nunzi in Paesi dell’Est: Joseph Hurley come reggente della nunziatura di Belgrado e Patrick O’Hara, reggente della nunziatura di Romania.

La situazione era difficilissima. In Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Ungheria ebbero luogo processi spettacolo contro i vescovi, mentre nel 1949 il Vaticano emana il decreto che vieta ai cattolici di collaborare con partiti e organizzazioni comunisti pena la scomunica.

Di certo, il nuovo vento porta molto rapidamente alla fine delle rappresentanze pontificie nell’Europa cento-orientale. Ci vorrà Casaroli, con i suoi viaggi oltre-Cortina e il suo lavoro di tessitura, a far riaprire alcuni dei rapporti. E bisognò attendere trenta anni e un Papa polacco perché una rappresentanza pontificia venisse aperta nei Paesi un tempo oltre-Cortina.

La Slovacchia e i conti con la sua storia

La Slovacchia dopo il Secondo Dopoguerra dovette fare i conti con il sentimento anti-religioso sovietico. C’è un pezzo di storia della Slovacchia che non va dimenticato: la cosiddetta “notte barbarica”, il brutale attacco del governo comunista ai monasteri nella notte tra il 13 e il 14 aprile 1950: ne furono distrutti 76, lasciando per strada 1200 monaci. L’operazione di distruzione proseguì con un processo che metteva sotto accusa i dirigenti della chiesa e li incarcerava. Per questo, il 13 aprile in Slovacchia è “la giornata dei perseguitati ingiustamente”.

La “notte barbarica” portato martiri morti in prigionia, tra cui tre beati (Pavel Peter Gojdic, eparca di Presov; Vasil’ Hopko, ausiliare di Presov; Zdenka Schelingova, religiosa), e una ferita profonda nella storia della Chiesa. Ma ha anche costituito la prova che la fede non si può annientare.

I comunisti l’avevano chiamata “Azione K”, e la avevano studiata sin dal 1948, quando avevano preso il potere. Il motivo è che consideravano gli ordini religiosi il nemico più pericoloso per la presa che avevano per la popolazione.

Nel febbraio 1950, la presidenza del Partito Comunista Cecoslovacco approvò l’operazione. E così, tra il 13 e il 14 aprile, gli agenti di sicurezza invasero 56 monasteri maschili di 11 ordini religiosi arrestando 881 persone.

Si legge in una memoria: “Hanno iniziato a battere con i fucili sul portone e per i corridoi, Sono entrati nelle case in cui vivevamo. Vestiti immediatamente, prendi solo i vestiti necessari e scendi alla portineria”.

Dalla portineria, i monaci furono deportati via autobus e camion nei cosiddetti “monasteri di concentramento”. Ma non era finita: tra il 3 e il 4 maggio ebbe luogo l’operazione K2, nella quale furono occupati anche i rimanenti monasteri maschili.

In tutto, le due operazioni interessarono 1.180 religiosi e 15 ordini religiosi che operavano in 76 monasteri in Slovacchia.

I monasteri di concentramento erano nei villaggi di Mocenok, Hronsky Benadik, Kostolna Bac e Podolinec, e quest’ultimo era il più severo e anche quello che manteneva il maggiore numero di religiosi. Questi furono poi processati, trascorsero un periodo ai lavori forzati, un altro in carcere.

Anche in questo caso, però, non era finita. A fine agosto 1950, si svolse l’Azione R, che puntava a liquidare gli ordini religiosi femminili.

Tra il 28 e il 31 agosto furono internate 1.962 religiose di 36 conventi, e furono espropriate 137 proprietà degli ordini.

La vita monastica fu di nuovo permessa nel 1968, nella stagione della Primavera di Praga, quando l’Ufficio del Procuratore generale annunciò allora che non vi era alcuna legge che la vietava. Ma la completa indipendenza dei monasteri fu di nuovo possibile in Cecoslovacchia soltanto dopo la Rivoluzione di velluto del 1989.

Sono molti gli eroi di quel periodo. Tra questi, il giovane gesuita Jan Chryzostom Korec. Aveva 26 anni, fu arrestato e poi rilasciato e costretto a vita civile dopo oltre sei mesi di interrogatori, passati tra la struttura di Jasov, quella di Podolinec e quella di Pezinok. Appena dopo il rilascio, fu ordinato segretamente sacerdote e promosso vescovo a soli 27 anni. Come vescovo, opererà in clandestinità, ordinando 120 sacerdoti, lavorando nel frattempo come operaio. Arrestato di nuovo nel 1960, fu condannato a 12 anni di carcere duro per attività controrivoluzionaria.

Nel 1968 fu rilasciato e l’anno dopo fu riabilitato, sebbene sempre rimasto sotto controllo. Dopo il crollo del regime comunista, fu creato cardinale da San Giovanni Paolo II nel 1991. Morto nel 2015, il Cardinale Korec è considerato uno degli eroi della Chiesa del silenzio.

Una Chiesa che davvero fu vittima di una delle più atroci persecuzioni anti-cristiane. Non per niente, Giovanni Paolo II visitò la Cecoslovacchia come primo Paese oltre-Cortina dopo la caduta del Muro di Berlino. Era il 1990. Giovanni Paolo II tornerà poi in Slovacchia nel 2003, dove beatificherà i martiri Vasil’ Hopko e Zdenka Schelingová. Nel 2023, per il ventennale della visita, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è stato in Slovacchia.

La Slovacchia oggi

La Slovacchia oggi vive una relazione molto forte con la Santa Sede. Il viaggio di Papa Francesco nel Paese lo ha confermato nel 2021. I venticinque anni dell’entrata in vigore del concordato hanno permesso di rinsaldare le relazioni.

Archiviato il periodo della persecuzione religiosa – nel 2020 il presidente del Consiglio Nazionale della Slovacchia, Boris Kollar, ha trasformato una commemorazione del Beato Paul Peter Gojdic in un evento storico facendo ufficialmente le scuse per l’abolizione della Chiesa Greco-Cattolica nel Paese, settant’anni fa – la Slovacchia è ora interessata dagli sviluppi della guerra in Ucraina, e si trova al centro di un’Europa che sembra da ricostruire nel suo spirito originario. Potrà, la Slovacchia, essere un punto di partenza per questo rinnovamento dell’Europa?